Voglio iniziare a parlare finalmente di flamenco e soprattutto oggi voglio provare a spiegarvi che cosa significa essere flamenco.
Il flamenco rappresenta per me una parte importante del mio essere e della mia vita. Ho iniziato a studiare il baile un po’ per caso sedici anni fa e sono rimasta subito colpita da come si adattasse a ciò che sentivo dentro. E’ stato come uno scandagliare dentro di me.
Perché il flamenco non è un ballo o un canto o una musica. Il flamenco è un modo di essere. Come tale, è un modo di sentirsi e di esprimersi.
L’arte è data dalla forza interpretativa, non dalla bellezza estetica. Ciò che può sembrare brutto, se non addirittura grottesco, nel flamenco è bello.
Questo particolare tipo di espressione viene chiamato duende, essenza dell’estetica flamenca.
Questo termine in italiano non ha una traduzione corrispondente: significa folletto, spirito, demone. E la parola giusta sarebbe proprio “demone”.
Federico Garcia Lorca, nella sua Teoria y juego del cante jondo ha scritto:
“Tutto ciò che ha suoni oscuri ha duende. Questi suoni oscuri sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Ho sentito dire a un vecchio maestro di chitarra: Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi. Vale a dire, non è questione di facoltà, bensì di autentico estilo vivo; ovvero di sangue; cioè, di antichissima cultura, di creazione in atto. Per cercare il duende non vi è né mappa né esercizio. Si sa soltanto che brucia il sangue come un topico di vetri, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili.”
Per definire il duende, Lorca cita il seguente episodio (e leggete con attenzione le parole poetiche che usa per descrivere la scena!):
“Una volta, la cantora andalusa Pastora Pavón (chiamata La Niña de los Peines), cupo genio ispanico, cantava in una tavernetta di Cadice. Giocava con la sua voce d’ombra, con la sua voce di stagno fuso, con la sua voce coperta di muschio, e se la intrecciava nella chioma o la bagnava nella manzanilla o la perdeva in intrichi oscuri e lontanissimi. Ma niente, era inutile, gli ascoltatori stavano zitti. Pastora Pavón finì di cantare nel silenzio.
Solo, e con sarcasmo, un uomo piccolino, di quegli ometti ballerini che escono d’improvviso dalle bottigliette di acquavite, disse a bassa voce: “Viva Parigi!” come a dire: “Qui non ci interessano le capacità, né la tecnica, né la maestria. Ci interessa un’altra cosa!”. Allora la Niña de los Peines si alzò come una folle, conciata come una préfica medievale, trangugiò d’un fiato un gran bicchiere di acquavite come fuoco, e si sedette a cantare senza voce, senza fiato, senza sfumature, con la gola riarsa ma…con duende. Era riuscita a uccidere tutta l’impalcatura della canzone per cedere il passo a un duende furioso e rovente, amico dei venti carichi di sabbia, che induceva gli ascoltatori a stracciarsi le vesti. La Niña de los Peines dovette squarciarsi la voce perché sapeva che gli ascoltatori erano dei raffinati che non chiedevano forme, bensì midollo di forme, musica pura con il corpo leggero per potersi liberare. Dovette privarsi di facoltà e sicurezze; ossia, allontanare la sua musa e abbandonarsi, perché il suo duende venisse e si degnasse di lottare a viva forza. E come cantò! La sua voce non giocava più, la sua voce era un fiotto di sangue degno del suo dolore e della sua sincerità…”.
Il garbo, la grazia, la personalità e il duende sono qualità fondamentali. Il baile flamenco comprende movimenti di piedi (zapateado, punteado, pateo), corpo (torsión, vaivén, convulsión) e braccia (braceos, manos y dedos). E’ stato definito come ballo individuale, basato sulla improvvisazione e la creazione, che esige grande concentrazione e si realizza in uno spazio contenuto.
Il baile non può essere mai considerato separato dal cante e dal toque (la chitarra). Il flamenco è composto da diversi stili (palos) ben differenziati e con alcune regole generali di coreografia. A seconda del loro carattere drammatico, gli stili del baile si possono dividere in jondos (balli strettamente legati alla tradizione gitana e di solito più drammatici, quali soléa e seguiriya), festivos (balli burleschi come alegrías, bulerías, tangos...) o populares (sevillanas, fandangos).
Chiudo con una bella descrizione dell'essere flamenco di Tomás Borrás nella sua Elegía del cantaor:
"Essere flamenco è avere un'altra carne, un'altra anima, altre passioni, un'altra pelle, altri istinti, desideri:
è avere un'altra visione del mondo, con un sentimento grande; il destino nella coscienza, la musica nei nervi, fierezza indipendente, allegria con lacrime; è il dolore, la vita e l'amore che incupiscono; odiare la routine, il metodo che castra; immergersi nel cante, nel vino e nei baci; trasformare la vita in un'arte sottile, capricciosa e libera; senza accettare le catene della mediocrità; giocarsi tutto in una scommessa; assaporarsi, darsi, vivere. Questo."