
Giù – per lo strapiombo – in
Polvere! Pece. In – pace.
Condire sempre con lacrime di sale
avanzi di amore umano?
Balcone. Tra scrosci salati
catrame amaro di baci.
Sospiro sfrenato dell’odio:
in un verso – riprendere fiato!
E questo, gualcito nella mano,
cos’è: cuore o straccio
di tela? C’è un nome: Giordano
per questi fradici impacchi.
Sì, perché la lotta con l’amore
è selvaggia, spietata. Salto –
dalla fronte di granito: fiato
tirato – nella morte!
30 giugno 1922
Perché tu non mi veda –
in vita – di spinosa invisibile
siepe mi circondo.
Di rovi mi cingo,
in brina – scendo.
Perché tu non mi senta –
in notte – nella senile scienza
del riserbo mi cimento.
In mormorio – mi stringo,
di sussurri mi bendo.
Perché tu troppo non fiorisca
in me – tra libri: tra boscaglie –
vivo – ti affondo.
Di fantasie ti cingo
fantasma – ti sricordo.
25 giugno 1922
Marina Cvetaeva scrive questi versi per un amore finito. Le cronache ci dicono che più che di amori si trattava di passeggere infatuazioni di una donna facile a perdersi dietro un capriccio.
Per noi, lettori appassionati, tutte queste interpretazioni poco contano.
Ci piace leggere nei versi piccoli pezzi di noi e attorno ad essi vivere le nostre emozioni.