giovedì 3 giugno 2010

Parole



Amore semplicissimo che crede alle parole,
poichè non posso fare quello che voglio fare
non ti posso abbracciare né baciare
il mio piacere è nelle mie parole
e quando posso ti parlo d'amore.
Così seduta davanti a un bicchiere
in un posto pieno di persone
se la tua fronte si increspa veloce
io parlo ad alta voce nell'ardore
tu non mi dici fa meno rumore
che ognuno pensi pure quel che vuole
io mi avvicino sciolta di languore
e tu negli occhi hai un tenero velame
io non ti tocco, no, neanche ti sfioro
ma nel tuo corpo mi sembra di nuotare,
e il divano di quel bar salotto
quando ci alziamo sembra un letto sfatto.

(Patrizia Cavalli)

venerdì 14 maggio 2010

Brevi partenze



Mi allontano, parto, distacco.
Un piccolo dolore acuto alla bocca dello stomaco.

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Nella immensa città mia, notte,
dalla casa assonnata vado via.
E la gente crede: moglie, figlia
Solo una cosa io mi ricordo: notte.

Il vento di luglio mi spazza il cammino,
da qualche finestra una musica appena.
Vento, è tempo di soffiare fino all’alba,
per le sottili pareti del petto, nel petto.

Un pioppo nero c’è. E, alla finestra, una luce.
Sulla torre campane e, nella mano, un fiore,
e questo passo dietro a nessuno,
e quest’ombra: ma non ci sono io.

Le luci sono fili di dorate collane,
e in bocca il sapore
di una notturna fogliolina.
Liberatemi dai nodi del giorno,
amici, capitelo: mi state sognando.

17 luglio 1916, Mosca

Marina Cvetaeva (da Insonnia)

lunedì 10 maggio 2010

Coprimi grandemente




Coprimi grandemente
scioglimi
e in me resta.

E poi fammi respirare
lenta chiusa
dentro la tua festa.

(Patrizia Cavalli)

martedì 27 aprile 2010

La Fenice


Oltre il cielo
Su lontani cammini
Attraverserò le porte del buio
Per nuove luci

Nella valle della dimenticanza
Nei campi del fuoco
Ho bevuto il vino della solitudine
Per lunghe stagioni

Racconterò le favole delle nuvole
Per dormire 1000 anni
Griderò la mia nostalgia alle stelle
Per risvegliarmi al loro chiarore

Oh vita seguirò solitaria la tua eco
Per poterne cantare i segreti
E alla fine della terra
Raccoglierò un fiore dimenticato
Dal silenzio delle parole
Dalle spighe di grano
Riprenderà il colore la cenere
Ed i miei occhi torneranno ad amare di nuovo

giovedì 22 aprile 2010

Sevillanas

La sevillana è un ballo popolare e di festa. Si balla in piazza di solito durante le feste in tutta l’Andalusia, soprattutto durante la “Feria de Abril” a Siviglia, e la ballano proprio tutti, anziani, giovani, bambini, tutti vestiti a festa con gli abiti tradizionali (quello della bailaora ne è un tipico esempio).
Per chi ha pazienza e vuole conoscerne i dettagli (e legge in spagnolo o inglese) rimando a questo link.
Questo brano è tratto da un altro film di Carlos Saura, “Sevillanas”.
Questa sevillana mi ha sempre mosso qualcosa dentro. E’ così “perfetta” e pulita nei movimenti che si direbbe perfino troppo “ordinata” per suscitare emozioni. Eppure il canto, la pulizia del ballo, la grazia degli incroci e dei lievi abbracci, gli scambi di sguardi tra i due ballerini la rendono a mio avviso leggera e sensuale.

martedì 20 aprile 2010

Tu



Sei venuta
a cercare il mio ruggito,
la mia corporatura:
hai guardato,
ed hai visto
che sono solo un ragazzo.
Hai preso,
hai tolto il cuore
e così semplicemente
ti sei messa a giocare,
come una bambina a palla.
E tutte,
come davanti a un miracolo:
"Amare uno così?
Ma quello ti si avventa contro!
Sarà una domatrice.
una che viene da un serraglio!"
Io, invece, esulto.
No,
niente giogo!
impazzito di gioia,
saltavo,
come un indiano a nozze, saltavo
tanto mi sentivo allegro,
tanto leggero!
(Vladimir Majakovskij)

lunedì 19 aprile 2010

Peteneras


Oggi è una giornata strana, iniziata con il sole e un cielo limpidissimo e a metà giornata sfociata in un violento temporale.
Questo mutare del tempo rimescola i sentimenti, li attorciglia e li avviluppa.
Come questa petenera di José Menese tratta dal bellissimo film “Flamenco” di Carlos Saura.
La petenera è uno dei palos del flamenco, cioè una delle varietà tradizionali del canto flamenco e che possono essere classificati secondo vari criteri: secondo il suo compas (la metrica musicale), la sua "jondura" (intraducibile, una specie di anima del flamenco), il carattere serio o di festa, la sua origine geografica.
La petenera si basa su una strofa di quattro versi ottosillabi che si convertono in sei o più per la ripetizione di alcuni versi e con l’aggiunta di un verso che si ripete (“Madre de mi corazón”).
I testi della petenera sono tristi e malinconici, trattano di storie sentimentali tormentate e difficili, e vengono interpretati in modo lento e coinvolgente, nonostante esistano versioni antiche con ritmi più rapidi e temi meno cupi.
Il testo di questa petenera recita così:

Sentenciado estoy a muerte
si me ven hablar contigo
ya pueden los matadores
¡madre de mi corazón!
ya pueden los matadores
a prevenir los cuchillos
Sentenciado estoy a muerte
si me ven hablar contigo

Nel frattempo ha smesso di piovere, forse la petenera esorcizza il maltempo e le tempeste.