mercoledì 20 giugno 2007

Glamorous nymph with an arrow and bow




Se ancora non avete mai alloggiato al Chelsea Hotel di New York sbrigatevi a farlo. Pare che la famiglia Bard, che finora ha gestito il mitico hotel, sia stata messa da parte dal consiglio di amministrazione, e la gestione dell'hotel sia stata affidata ad un gruppo specializzato nelle ristrutturazioni di alberghi extralusso. Diventerà un hotel irraggiungibile dai comuni mortali (non che ora sia economico, una doppia costa dai 235 dollari in su). Provo sempre una gran rabbia nel sentire che luoghi poetici e particolarmente significativi del mio passato subiscano queste tristi sorti. Sono stata a New York due volte, entrambe prima dell'11 settembre. Il mio occhio fotografico lì ha trovato il suo senso: New York è esattamente ciò che adoro fotografare di più, la geometria, la perfezione delle linee. Dal primo viaggio ho riportato un bel gruppetto di foto, tutte rigorosamente in bianco e nero. All'epoca alcuni amici entusiasti mi convinsero a mettere in piedi una piccola mostra. Mescolai le mie foto con alcuni versi di Majakovskij (che pure fece un viaggio a New York), e per l'inaugurazione ingaggiai un mio amico dalla voce tuonante che, alla maniera dei futuristi russi, declamava versi tra i presenti.

Il Chelsea Hotel mi ha ricordato una stupenda canzone di Bob Dylan, "Sara", che ho spesso cantato nelle notti dei campeggi estivi. Qui trovate una versione live con un bob dylan dal buffo cappello.
Di seguito il testo della canzone e a mio parere bellissimo...


I laid on a dune, I looked at the sky,
When the children were babies and played on the beach.
You came up behind me, I saw you go by,
You were always so close and still within reach.

Sara, Sara,
Whatever made you want to change your mind?
Sara, Sara,
So easy to look at, so hard to define.

I can still see them playin' with their pails in the sand,
They run to the water their buckets to fill.
I can still see the shells fallin' out of their hands
As they follow each other back up the hill.

Sara, Sara,
Sweet virgin angel, sweet love of my life,
Sara, Sara,
Radiant jewel, mystical wife.

Sleepin' in the woods by a fire in the night,
Drinkin' white rum in a Portugal bar,
Them playin' leapfrog and hearin' about Snow White,
You in the marketplace in Savanna-la-Mar.

Sara, Sara,
It's all so clear, I could never forget,
Sara, Sara,
Lovin' you is the one thing I'll never regret.

I can still hear the sounds of those Methodist bells,
I'd taken the cure and had just gotten through,
Stayin' up for days in the Chelsea Hotel,
Writin' "Sad-Eyed Lady of the Lowlands" for you.

Sara, Sara,
Wherever we travel we're never apart.
Sara, oh Sara,
Beautiful lady, so dear to my heart.

How did I meet you? I don't know.
A messenger sent me in a tropical storm.
You were there in the winter, moonlight on the snow
And on Lily Pond Lane when the weather was warm.

Sara, oh Sara,
Scorpio Sphinx in a calico dress,
Sara, Sara,
You must forgive me my unworthiness.

Now the beach is deserted except for some kelp
And a piece of an old ship that lies on the shore.
You always responded when I needed your help,
You gimme a map and a key to your door.

Sara, oh Sara,
Glamorous nymph with an arrow and bow,
Sara, oh Sara,
Don't ever leave me, don't ever go.

sabato 16 giugno 2007


Oggi c'è il Gay Pride. Leggo con gioia che Roma ne è già invasa. Non sono mancate le provocazioni e qualcuno nella notte ha scritto delle frasi orrende sui muri. Pur non essendo gay, ho partecipato volentieri nel passato ad un paio di gay pride romani, in compagnia di una coppia di miei carissimi amici che lo sono, perché penso che i loro diritti sono anche i miei. Diritti di civiltà, libertà, tolleranza.
Il solito Calderoli ha fatto un appello ai partecipanti: "Pentitevi e il buon Dio sacrificherà il vitello grasso". Questo perché, secondo Calderoli, "chi vive una sessualità naturale non ha bisogno di manifestare per il proprio orgoglio, chi invece vive una sessualità contro natura e manifesta il proprio orgoglio facendolo, mette in dubbio la cosa stessa".

Io invece vi propongo la riflessione di Michele Serra di oggi (che farà piacere a eugenio...):

Se oggi potessi essere a Roma andrei al Gay Pride. E non per solidarietà "da esterno" a una categoria in lotta. Ci andrei perché, da cittadino italiano, riconosco nei diritti degli omosessuali i miei stessi diritti, e nell'isolamento politico degli omosessuali il mio stesso isolamento politico. Ci andrei perché la laicità dello Stato e delle sue leggi mi sta a cuore, in questo momento, più di ogni altra cosa, e ogni piazza che si batta per uno Stato laico è anche la mia piazza. Ci andrei, infine e soprattutto, perché, come tantissimi altri, sono preoccupato e oramai quasi angosciato dalle esitazioni, dalla pavidità, dalla confusione che paralizzano, quasi al completo, la classe dirigente della mia parte politica, la sinistra.

Una parte politica incapace di fare proprio, senza se e senza ma, il più fondante, basilare e perfino elementare dei princìpi repubblicani: quello dell'uguaglianza dei diritti. L'uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dalle differenze di fede, di credo politico, di orientamento sessuale. Ci andrei perché ho il fondato timore che la nuova casa comune dei democratici, il Pd, nasca mettendo tra parentesi questo principio pur di non scontentare la sua componente clericale (non cattolica: clericale. I cattolici sono tutt'altra cosa).

Ci andrei perché gli elettori potenziali del Pd hanno il dovere di far sapere ai Padri Costituenti del partito, chiunque essi siano, che non sono disposti a votare per una classe dirigente che tentenni o peggio litighi già di fronte al primo mattone. Che è quello della laicità dello Stato. Una piazza San Giovanni popolata solamente da persone omosessuali e transessuali, oggi, sarebbe il segno di una sconfitta. Le varie campagne clericali in atto tendono a far passare l'intera questione delle convivenze, della riforma della legislazione familiare, dei Dico, come una questione di nicchia.

Problemi di una minoranza culturalmente difforme e sessualmente non ortodossa, che non riguardano il placido corso della vita civile di maggioranza, quella della "famiglia tradizionale". Ma è vero il contrario. L'intero assetto (culturale, civile, politico, legislativo) dei diritti individuali e dei diritti di relazione riguarda il complesso della nostra comunità nazionale. La sola pretesa di elevare a Modello una sola etica, una sola mentalità, una sola maniera di stringere vincoli tra persone e davanti alla comunità, basta e avanza a farci capire che in discussione non sono i costumi o il destino di una minoranza. Ma i costumi e il destino di tutti.

Ci andrei perché dover sopportare gli eccessi identitari, il surplus folkloristico e le volgarità imbarazzanti di alcuni dei manifestanti è un ben piccolo prezzo di fronte a quello che le stesse persone hanno dovuto pagare alla discriminazione e al silenzio. E i peccati di orgoglio sono comunque meno dannosi e dolorosi delle umiliazioni e dell'autonegazione. E se la piazza dovesse essere dominata soprattutto da questi siparietti, per la gioia di cameraman e cronisti, la colpa sarebbe soprattutto degli assenti, che non hanno capito che piazza San Giovanni, oggi, è di tutti i cittadini. Se ci sono pregiudizi da mettere da parte, e diffidenze "estetiche" da sopire, oggi è il giorno giusto.
Ci andrei, infine, perché in quella piazza romana, oggi, nessuno chiederà di negare diritti altrui in favore dei propri. Nessuno vorrà promuovere un Modello penalizzando gli altri. Non sarà una piazza che lavora per sottrazione, come quella rispettabile ma sotto sotto minacciosa del Family Day. Sarà una piazza che vuole aggiungere qualcosa senza togliere nulla.

Nessuna "famiglia tradizionale" si è mai sentita censurata o impedita o sminuita dalle scelte differenti di altre persone. Nessun eterosessuale ha potuto misurare, nel suo intimo, la violenza di sentirsi definire "contro natura". Chi si sente minacciato dall'omosessualità non ha ben chiaro il concetto di libertà. Che è perfino qualcosa di più del concetto di laicità.

lunedì 11 giugno 2007

La pianista


Amo leggere. Mi perdo letteralmente dentro la lettura (suona male ma è così, non so esprimerlo diversamente). Così ieri sera ho finito Il racconto dell'ancella (bellissimo, ve lo consiglio vivamente!) e ho iniziato "La pianista", della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek (ne hanno anche tratto un film con Isabelle Huppert mi pare..). Per il momento mi ha solo trasmesso un senso di fastidio e di angoscia. Qualcuno di voi l'ha già letto (così nel caso mi risparmio di continuare)???

giovedì 7 giugno 2007

La notte


Cala la notte. E' calata la notte. Perché la notte cala, invece di levarsi, come l'alba? Eppure se si guarda verso est, all'ora del tramonto, si può vedere la notte levarsi, non calare; il buio sale verso il cielo, all'orizzonte, come un sole nero dietro la coltre delle nubi, come fumo da un fuoco invisibile, una linea di fuoco proprio sotto l'orizzonte: un bosco o una città in fiamme. Forse la notte cala perché pesante, uno spesso sipario tirato sopra gli occhi. Una coperta di lana. Come vorrei riuscire a vedere meglio nel buio.
(Margaret Atwood, da "Il racconto dell'ancella")

Queste parole le ho lette ieri notte e hanno prodotto in me un'impressione tremenda. Tutte le notti il libro di Margaret Atwood precede il mio sonno. E' un libro bellissimo anche se inquietante, perché il futuro desolante e incerto che ci descrive potrebbe non essere pura fantascienza, ma la plausibile degenerazione di un mondo che sempre più ci sta sfuggendo di mano. Vi consiglio di leggerlo, anche di notte.
Per quanto riguarda la foto, è stata scattata di notte al Cairo, da una barca sul Nilo. Da un errore di esposizione ho cominciato a giocare con le luci. L'esperimento mi è piaciuto, tanto che l'ho ripetuto in altre occasioni.

venerdì 1 giugno 2007

enorme si fece il groppo del cuore


Conoscete il francese.
Dividete.
Moltiplicate.
Declinate a meraviglia.
E allora, su, declinate!
Ma ditemi:
siete capaci
di cantare assieme a una casa?
E il linguaggio dei tram lo capite?
Il pulcino umano
appena esce dal guscio
tende la mano ai libri,
ai quinterni dei quaderni.
Io, invece, imparavo l'alfabeto dalle insegne
sfogliando pagine di ferro e di latta.

(Vladimir Majakovskij, da "Amo", 1922)