venerdì 26 settembre 2008

Interruzione per lavori in corso...


Ero partita con le migliori intenzioni, ma eventi esterni (un trasloco!!) mi impediscono di scrivere. Ancora pochi giorni ed è fatta.
Nel frattempo, sulla falsariga delle famose pecore dell'intervallo RAI di tempi andati, eccovi una locandina con Vladimir Majakovskij e la sua storica amante Lilja Brik...

domenica 7 settembre 2008

It's a man's world


This is a man's world, this is a man's world
But it wouldn't be nothing, nothing without a woman or a girl

You see, man made the cars to take us over the road
Man made the trains to carry heavy loads
Man made electric light to take us out of the dark
Man made the boat for the water, like Noah made the ark

This is a man's, a man's, a man's world
But it wouldn't be nothing, nothing without a woman or a girl

Man thinks about a little baby girls and a baby boys
Man makes then happy 'cause man makes them toys
And after man has made everything, everything he can
You know that man makes money to buy from other man

This is a man's world
But it wouldn't be nothing, nothing without a woman or a girl

He's lost in wilderness
He's lost in bitterness

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E’ un mondo per uomini, questo è un mondo per uomini,
ma un uomo non sarebbe nulla senza una donna o una ragazza

L’uomo ha costruito le automobili per percorrere le strade
Ha costruito i treni per poter trasportare carichi pesanti
L’uomo ha creato la luce elettrica per uscire dal buio
L’uomo ha costruito barche per viaggiare sull’acqua, come Noè ha costruito l’arca

L’uomo pensa alle bambine e ai bambini
L’uomo li rende felici perché costruisce loro dei giocattoli
E dopo che l’uomo ha fatto tutto, tutto quello che può fare
L’uomo ha creato il denaro per poter comprare da un altro uomo

Ma lui è perso nella sua giungla
è perso nella sua amarezza

martedì 2 settembre 2008

Ricomincio da capo





Questa era Manhattan nel 1994 come la vedevo io. Ora questa è una foto irreale.
Ricomincio da questo per riprendere il filo del blog.

venerdì 20 giugno 2008

Do you wanna be the pillow where I lay my head?



(cliccate qui per ascoltare il brano)


Do you wanna be an angel
Do you wanna be a star
Do you wanna play some magic
On my guitar
Do you wanna be a poet
Do you wanna be my string
You could be anything

Do you wanna be the lover of another undercover
You could even be the man on the moon

Do you wanna be the player
Do you wanna be the string
Let me tell you something
It just don’t mean a thing

You see it really doesn’t matter
When you’re buried in disguise
By the dark glass on your eyes
Though your flesh has crystallized
Still...you turn me on

Do you wanna be the pillow
Where I lay my head
Do you wanna be the feathers
Lying on my bed
Do you wanna be the cover
Of a magazine
Create a scene

Every day a little sadder
A little madder
Someone get me a ladder

Do you wanna be the singer
Do you wanna be the song
Let me tell you something
You just couldn’t be more wrong

You see I really have to tell you
That it all gets so intense
From my experience
It just doesn’t seem to make sense
Still...you turn me on

Vi continuo a propinare della musica, che fa sempre bene.
Ieri, gironzolando su You Tube, mi sono imbattuta, dopo molti anni, negli Emerson Lake & Palmer (quei tre bei giovanottoni della foto sopra). Sono stati, per un certo periodo della mia adolescenza, il mio gruppo preferito ed hanno trascinato con sé molti miei sospiri ed emozioni di allora.
Questo era uno di quei pezzi che mi faceva sentire come se avessi un coltello piantato nel cuore. Mi fa questo effetto ancora oggi.

martedì 10 giugno 2008

Del mondo

E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile,
rigoglioso di lotte, moltitudini,
splendeva pretendeva molto...
Famiglie donne incinte, sfregamenti,
facce gambe pance braccia...
Dimora della carne, riserva di calore,
sapore e familiare odore...
E' cavità di donna che crea il mondo,
veglia sul tempo lo protegge...
Contiene membro d'uomo che s'alza e spinge,
insoddisfatto poi distrugge...
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio,
puzza il sangue versato è infetto...
E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile...
Dimora della carne, riserva di calore,
sapore e familiare odore...
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio,
puzza il sangue versato è infetto...
Povertà magnanima, mala ventura,
concedi compassione ai figli tuoi...
Glorifichi la vita, e gloria sia,
glorifichi la vita e gloria è...
E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile...
Famiglie donne incinte, sfregamenti,
facce gambe pance braccia...

Riparto. Riparto dai CSI, Del mondo, perché è un brano che in questo periodo per me ha un senso. E con questo indirettamente rispondo a Eugenio e alle sue considerazioni sui due sessi. A Eugenio che mi dice che “ non è che i maschi sono maschilisti, è solo che il loro orizzonte, anzichè a semicerchio come per le donne, è a triangolo. Vedono solo quella figura geometrica e per millenni vi si sono fatti guidare per costruirci intorno la società e i suoi metodi e funzionamenti”. Io però direi più che “costruire”, distruggere.

A volte ho la negativa percezione che gli uomini tendano alla distruzione di trame (non intese come "macchinazioni", bensì - ricami) che noi pazientemente cerchiamo di costruire. Fili che tendiamo per raggiungerli in un dialogo impossibile. Così noi appariamo sempre così contorte, loro sempre maledettamente semplici, concentrati in quella spinta verso la quale anelano, proiettati verso il triangolo.

Le nostre differenze fisiche sono le nostre differenze mentali?

La donna che conserva/preserva (e veglia sul tempo).
L’uomo che spinge e che distrugge.

Sanguino un po’ ogni tanto, ma va bene così.

lunedì 5 maggio 2008

Fragile



Valeria D’Arbela, Pellestrina’s dream


Mi sento sbandata e confusa, certo non il massimo per riprendere un blog.
Il fatto è che mi sembrava non avesse più senso tenerne uno se non hai le idee chiare e non sai esattamente in che direzione andare.
Avevo delle idee in testa, argomenti di cui scrivere, ma le parole non riuscivano a tramutarsi in frasi di senso compiuto, le mani inutilmente tappettavano sulla tastiera.
Mani e cervello sconnessi.
Mi sembra sempre un po’ ridicolo usare il blog per raccontare i propri stati d’animo (a chi interessano, a parte agli amici più stretti?), e nemmeno per stanchi esercizi di stile (e poi: quale stile?).
Il fatto è che in tutto questo frangente ho perso un amico, uno con cui condividevo alcune cose che considero fondamentali, la passione per i libri e per la scrittura, il gusto di andare al cinema, il piacere di scambiarsi delle opinioni, alcune serate a chiacchierare a casa sua con lui e la moglie. Un amico timido, che sapeva prendermi in giro con ironia e dolcezza.
Sono giorni che cerco di scrivere un ricordo di lui, ma le parole non escono. Solo la mancanza, la perdita.
Tutto questo mi fa sentire più fragile.
Ecco, l’ho scritto.

venerdì 4 aprile 2008

Per Valeria



Valeria D'Arbela, Odio e morte nella città di cemento


Questo che vedete sopra è un quadro di Valeria D’Arbela.

Valeria era una donna particolare. Ho avuto la fortuna di conoscerla e di frequentare per qualche tempo, con la leggerezza e l'allegria degli incoscienti, la sua casa sempre piena di amici. Era una di quelle donne che tengono le porte aperte. Tutte le porte.

Era nata a Firenze, ma la sua vera città natale era Venezia.
La pittura era la sua passione e fin da piccola si cimenta con gli acquerelli. La sua prima mostra è proprio a Venezia alla galleria del celebre gruppo dell’ARCO nel dicembre del 1945, subito dopo la liberazione. Lei ha solo quindici anni.

Negli anni 50 aderisce al movimento realista, le sue opere hanno un carattere espressionista e raccontano gli “umiliati e offesi”, il mondo del lavoro. Le sue composizioni sono ispirate alle lotte operaie, ai proletari, ai pescatori di Chioggia e Pellestrina, ai braccianti del Delta padano. Ritrae Venezia con l’intrico delle sue calli, dei rii, gli squeri, le barche.

Si trasferisce a Milano nel 1963 dove approfondisce la sua visione artistica della pittura orientata verso un continuo scambio tra fantasia e realtà e si concentra sul concetto di dimensione urbana.

Dal 1970 i temi della città e della donna suggestionano fortemente la sua attività. Cominciano i cicli pittorici dedicati alla “città disumana”, alla donna rappresentata come oggetto di violenza e soggetto di bellezza. Poi è la volta degli echi della contestazione giovanile degli anni 70 che vengono trasformati in rappresentazioni simboliche.

Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove apre uno studio galleria.
Qui la natura viene trasfigurata, creando paesaggi fantastici e onirici. E’ il periodo dei luna-park allegorici, eseguiti a china e a olio.
Arrivano poi le grandi tele dei mari e della rivisitazione di Venezia, città che può considerarsi a ragione la sua culla d’arte.

Valeria purtroppo se ne è andata. Troppo presto. Ha lasciato dietro di sé uno strano silenzio in bianco e nero.

Quest’anno Venezia ha ospitato a Cà Pesaro alcune delle sue opere, in particolare quelle relative alla “produzione veneziana”. Se passate di lì vi consiglio di farci un salto, e di farvi catturare nei meandri dei suoi disegni.
La mostra si intitola Alchimie Veneziane e dura fino al 27 aprile.

Ho scelto per il post questo quadro perché per composizione, soggetto e colori è uno di quelli che più mi coinvolge.

Ne proporrò altri nei prossimi post.